Ho notato che anche le persone che affermano che tutto è già scritto e che non possiamo far nulla per cambiare il destino, si guardano intorno prima di attraversare la strada.
(Stephen Hawking)

 

Un articolo di Franco Milella.

 

Le prime sperimentazioni in Italia di attivazione di  Partenariati Speciali Pubblico-Privati (PSPP) per la valorizzazione del patrimonio culturale e, più in generale, del Patrimonio Pubblico a finalità culturali e di innovazione sociale  già introducono nuovi scenari e prefigurano il valore strategico delle prospettive introdotte dall’articolo 151, terzo comma, del nuovo codice degli appalti e dei contratti pubblici (D.lgs.50/2016) che li prevede.

Sembra alla portata di mano il capovolgimento dello stato di abbandono di grande parte del “patrimonio culturale diffuso” e degli immobili pubblici che ha contrassegnato il lungo tempo di 25 anni di politiche pubbliche ispirate prevalentemente al “recupero fisico” di parte del patrimonio culturale e ad una infondata interpretazione del Valore del patrimonio ridotto alla stima del suo valore “economico” di mercato.

Lo racconta una chiara fotografia dello stato dell’Arte. Oltre 50.000 beni culturali sui quasi 110.000 i censiti nella “Carta del Rischio del patrimonio culturale” in condizione di abbandono o di mancata fruizione. Quasi il 60% degli immobili pubblici (stimati da ISTAT nel 2016 per un valore di circa 340 miliardi di Euro) in condizioni di grave sottoutilizzo, senza redditività economica, sociale, culturale.

Vuoti urbani, detrattori territoriali, piuttosto che risorse in potenza.

25 anni di politiche pubbliche “mercatiste”, finalizzate a ridurre il debito pubblico, a migliorare i bilanci degli enti locali, e reimmettere valore nel circuito economico e produttivo. Un Fallimento. Annunciato.

Il MEF nel 2015 valuta che solo il 2,5% del patrimonio pubblico sia appetibile al mercato. La relazione tra domanda ed offerta  in Economia è nota e ci dice che un surplus di offerta rispetto alla domanda genera crollo del valore economico di quanto si offre al mercato.  E’ quanto accadde nei primi anni 2000 con quella, che a tutti gli effetti, è nota come la più grande svendita di patrimonio immobiliare nazionale, quella degli enti previdenziali, che fruttò alle casse dello Stato solo il 15% di quanto stimato preventivamente.

La difficoltà di operare cambiamenti significativi di scenario  tra le maglie stringenti di normative fortemente ispirate da questo principio” mercatista”,  ha fortemente contribuito a definire i contorni di quella fotografia di struggente abbandono. Una condizione diffusa in tutto il Paese, che chiede riscatto, restituzione di valore d’uso alle comunità,  addensamento di riusi culturali e sociali innovativi, per dare qualità urbana e territoriale alle popolazioni e finalmente comprendere che nessun bene pubblico può aver valore se non  è riconoscibile ed appartiene alla comunità di cui è Bene.

Occorrono logiche fiduciarie, generative, sperimentali nel riuso del patrimonio pubblico, ed una normativa che faciliti queste logiche.

Per questo, il pregio del terzo comma dell’art.151 è, in primo luogo, la straordinaria assenza di un significato tassonomico-prescrittivo della norma. E’ una “norma aperta che potrà man mano riempirsi di contenuti applicativi specifici sulla base dell’esperienza e delle buone pratiche” come è scritto nella Circolare esplicativa del giugno 2016 dell’ufficio legislativo del MIbact.

Una qualità ulteriore è la comprensione che si debba promuovere processi di valorizzazione del Patrimonio culturale della Nazione con forme dedicate e semplificate di partenariato pubblico-privato. Affermarlo nel nostro Paese sembra una petizione di principio. Negli ultimi dieci anni i PPP attivati in Italia certificati EPEC nel 2017, l’organismo che promuove e analizza le esperienze di PPP nell’Unione Europea sono in tutto 22, contro i 357 del Regno Unito, i 151 della Francia, i 93 della Germania. La svolta è la natura del PPP, non disciplinata rigidamente come nelle forme ordinarie riconosciute dal Codice del contratti ed appalti pubblici (artt.180 e segg.) ma aperta  a qualsiasi contenuto in cui il partner pubblico ed il partner privato  possano concorrere, ciascuno per il proprio ruolo e competenze, in un processo di valorizzazione del patrimonio culturale.   E’ insieme il riconoscimento che i soggetti pubblici e i soggetti privati possano concorrere a processi collaborativi fondati sull’Interesse Generale e non solo articolarsi  su processi di scambio “mercatista”, su concessioni esclusive di sfruttamento economico del Bene in cambio di opere di recupero.

E’ questo è naturalmente più facile se le finalità delle azioni di restituzione di valore sono esplicitamente culturali o di innovazione sociale.

La difficoltà a destinare processi di valorizzazione di beni culturali o pubblici a finalità esplicitamente culturali è un corollario di una lunga stagione di politica pubblica inefficace.   Lo testimoniano le poche “Concessioni di valorizzazione”, realizzatesi sino ad oggi nel ns. Paese con la normativa definita dalla legge 410/2001.

Solo chi ha la capacità di mobilitare direttamente investimenti ad alta redditività decide di utilizzare quel “diritto esclusivo di sfruttamento economico”  del bene per 50 anni, e decide di candidarsi ad una concessione di valorizzazione. Ma è vero che la redditività di un investimento, sia più facile realizzando alberghi e resort di lusso, ristoranti stellati e centri benessere con nuovi impianti piuttosto che con complessi interventi di recupero e funzionalizzazione di beni culturali vincolati o, semplicemente, su beni già esistenti. E in quei pochi casi in cui le analisi alternatività di impiego di risorse d’investimento abbiano fatto optare i potenziali concessionari   sulla convenienza dell’operazione, sorge spontanea la domanda: ma è così strategico recuperare un bene culturale che viene sottratto per 50 anni alla pubblica fruizione se non in quanto clienti del centro benessere, del ristorante, o dell’albergo? Forse si, per tanti validi motivi, ma non sottrae la gran parte dei beni pubblici all’abbandono e riproduce una singolare condizione per cui il patrimonio pubblico recuperato, e lo stesso patrimonio culturale, abbiano difficoltà a essere destinati a finalità culturali o di innovazione sociale con il concorso  di soggetti privati.

I soggetti dell’offerta culturale, qualunque sia la loro natura giuridica, non hanno mediamente una capacità di investimento elevata che consenta operazioni di recupero programmate sul breve periodo e mai una compagnia di teatro o di danza o un talentuoso gruppo di innovatori sociali, potrà ottenere un ritorno di investimento paragonabile alla attività di un ristorante stellato attraverso l’esercizio della propria attività caratteristica.

Eppure, la Cultura e l’Innovazione sociale, hanno bisogno di prossimità ai luoghi che vivono, hanno necessità di prendere “casa”, hanno bisogno di spazio, di luoghi di sperimentazione e di tempo per consolidarne gli esiti, ma anche di flessibilità operativa nei rapporti con la pubblica amministrazione in relazione al patrimonio di cui è dotata. Appare evidente che un impianto di riferimento basato sulla redditività economica dei beni pubblici non faciliti questa relazione. Così migliaia di beni pubblici sono in abbandono: solo il 2,5% sarà dismesso, acquisito da imprese di altri settori, o locato, massimizzandone la redditività economica.

Ciò che sta accadendo con le prime sperimentazioni di PSPP ex art. 151 coglie esattamente il cuore di questa difficoltà..

A Bergamo, ad esempio, una compagnia di Teatro, il Teatro Tascabile di Bergamo (TTB) , con 40 anni di storia alle spalle ed una reputazione artistica internazionale elevatissima diventa attore con il Comune di Bergamo della prima esperienza gestionale su un bene culturale nella disponibilità del patrimonio pubblico.  La finalità del PSPP  tende, nell’arco di 20 anni rinnovabili, ad una azione di recupero e restituzione alla comunità cittadina dell’ex Convento del Carmine, in abbandono da quasi 40 anni. Con un modello di governance aperto, flessibile, orientato alla collaborazione, al “s’impara facendo” e “si decide insieme” per attivare un processo che, in un tempo presumibilmente dilatato, restituisca però l’intero Carmine alla Comunità, dotando la città di nuovi spazi pubblici di valore architettonico straordinario, consolidando le destinazioni possibili del Carmine per le attività del TTB, ma non in un’accezione di “sfruttamento economico esclusivo” ma agendo come referente del Comune nella individuazione di altri partners e/o sub concessionari che costituiscano del Carmine un Centro Integrato di valore internazionale per la produzione e il consumo, delle Culture contemporanee.  Con la più ampia flessibilità operativa, i passi di avanzamento nell’azione di recupero saranno pianificati e programmati anno per anno, in base alle effettive risorse disponibili, dal Tavolo Tecnico, organismo paritetico di governo del PSPP.

Saranno attivabili più semplici cambi di destinazione d’uso degli spazi del Carmine, per attivare servizi complementari in grado di alimentare le attività caratteristiche del TTB e le disponibilità di risorse per l’avanzamento del recupero fisico del Bene.

Saranno monitorati i risultati conseguiti dal processo partenariale, le criticità rilevate e le soluzioni per rimuoverle, e si definirà il processo di valutazione che darà conto alla comunità cittadina, dei risultati attesi, di quelli effettivamente conseguiti e degli impatti generati.

Le prospettive applicative dei PSPP previsti dal terzo comma dell’art.151 del D.Lgs. 50/2016 destano attenzione in tutta Italia che inizia a richiedere condivisione dei dettagli operativi possibili per diffondere e consolidare “buone pratiche” di riuso del patrimonio pubblico a finalità culturali e di innovazione sociale.

Grande è l’attenzione che l’Associazione Nazionale Comuni Italiani ANCI sta prestando alle prime sperimentazioni, colte per quello che sono: una straordinaria occasione di liberazione di risorse patrimoniali nella direzione dell’addensamento di offerta culturale e di innovazione sociale, di sottrazione all’abbandono e di confutazione di un destino segnato dei luoghi e beni pubblici.

In questa direzione Fondazione Fitzcarraldo, in collaborazione con ANCI programma, nell’evento di Bari Matera che si terrà dal 24 al 27 ottobre prossimi, previsto dal circuito Artlab 2018,  il primo workshop nazionale “Le nuove forme di partenariato pubblico-privato per la valorizzazione del patrimonio a fini di innovazione sociale e culturale”.

Sarà, come è consuetudine e caratteristica di Artlab, avviato un confronto su esperienze e casi di valorizzazione  di beni patrimoniali pubblici, italiane ed europee, in cui le finalità culturali o sociali siano esplicite, con la sessione plenaria di giovedì 25 ottobre “ Scenari e programmi di riutilizzo del patrimonio pubblico”, preceduta dal workshop “Imprese ed enti per la valorizzazione del patrimonio culturale tra mecenatismo ed Art Bonus”, organizzato dal Desk Cultura di Confindustria, e seguita dal focus su singoli casi di processi di valorizzazione di beni pubblici “Lavori in corso” (Bergamo, Catania, Bari).

Il 26 ottobre, subito dopo il Focus delle esperienze delle Fondazioni italiane, saranno attivati tre gruppi di lavoro sui temi operativi dei PSPP ex art. 151 del Codice dei contratti ed appalti, 1) dell’attivazione del processo partenariale e della Governance, 2) della sostenibilità finanziaria e gestionale, 3) della valutazione dei risultati e degli impatti.

L’auspicio è quello di affrontare i dettagli operativi di attivazione delle forme innovative di collaborazione partenariale previste dall’art.151, diffonderne e consolidare la praticabilità delle prospettive di riuso di beni pubblici  a finalità esplicitamente culturali o di innovazione sociale, realizzare e condividere un tool-kit operativo che faciliti la sperimentazione e sostenga i soggetti pubblici e privati nell’azione,  alimentando una comunità di innovazione delle politiche pubbliche sul Patrimonio.

 

 

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