Prefazione al libro di Pier Luigi Sacco

Nel corso di questo anno tematico dedicato dall’Europa al patrimonio culturale ci si può aspettare un florilegio di riflessioni e contributi di ogni genere dedicati all’argomento. Questo è particolarmente vero in Italia, un Paese in cui si è sempre amato dibattere intorno a questi temi, e che non a caso ha dato luogo ad una sorta di piccola industria, in permanente ebollizione, rivolta pressoché esclusivamente all’organizzazione di convegni ed incontri dedicati ai più vari aspetti e sfumature del rapporto tra patrimonio e pressoché ogni aspetto della vita economica, sociale e culturale.

Questo breve ma denso libro di Luca Dal Pozzolo rappresenta però un caso a parte, e merita un’attenzione particolare. Luca Dal Pozzolo è attivo da anni, in un instancabile lavoro sul campo, nell’affiancare e spronare le pubbliche amministrazioni ad una maggiore intelligenza del patrimonio che insiste sul proprio territorio di competenza, ovvero ad una maggiore capacità di andare al di là dei luoghi comuni autocelebrativi per provare a capire davvero come e perché il patrimonio possa essere una reale risorsa di sviluppo sociale e civile prima ancora che economico. Dal Pozzolo ci invita ad una riflessione sul patrimonio che è (fortunatamente) difficile da classificare, perché mantiene costantemente un sapiente equilibrio tra la riflessione storica, il saggio sociologico e il ragionamento sul senso, sui limiti e sulle potenzialità delle politiche.

Uno dei messaggi forti che emergono dal libro è quello della nozione di patrimonio come prodotto di una evoluzione storico-culturale estremamente complessa e a tratti sorprendente, prevalentemente guidata da categorie tipiche della cultura occidentale. Da cui discende una domanda apparentemente semplice ma in realtà difficilissima, che potrebbe essere considerata come una sorta di filo conduttore nascosto dell’intero libro: che cos’è il patrimonio, per noi? E soprattutto, qual è il noi che si esprime in questa domanda? In Italia abbiamo una sorta di vizio storico nel volerci non semplicemente identificare nel patrimonio, ma in un certo senso volerci far identificare ‘dal’ patrimonio: come se la ricchezza di significati che affolla i nostri paesaggi e le nostre città storiche fosse, ipso facto, capace di descrivere o anche soltanto indicare ciò che siamo oggi, o addirittura ciò che ambiremmo ad essere. E non a caso questi richiami e queste argomentazioni nostalgiche si infittiscono nei momenti di crisi più profonda, come se fossero una sorta di consolazione a cui attingere. Luca Dal Pozzolo ci invita ad aprire gli occhi e ad interrogarci su cosa sia davvero la nozione di ‘eredi’ di un patrimonio, sempre che tale nozione abbia senso. Si può essere eredi di un patrimonio senza assumersi alcuna particolare responsabilità in merito? E quali sarebbero allora le responsabilità verso il patrimonio che saremmo oggi capaci o desiderosi di assumerci? Possiamo affermare che il progressivo svuotamento di qualunque parvenza di autenticità del nostro rapporto con il patrimonio – per quanto problematica possa essere a sua volta anche questa nozione – è l’esito forse non inevitabile di un processo che sembra avvenire sotto i nostri occhi in tante città storiche diventate meta di un turismo culturale superficiale ed invasivo, che sembra esercitare un’azione costante sul tessuto storico e sociale paragonabile a quella dell’erosione marina della pietra arenaria. La ‘levigazione’ del tessuto urbano che contiene tanto di quel patrimonio in cui amiamo identificarci consiste in ultima analisi nella graduale scomparsa di tutto ciò che di unico e di specifico esso poteva offrire, fino all’emergere della rassicurante omogeneità della città ‘normalizzata’ sotto forma di indifferenziato, totalizzante mall turistico, invivibile per i residenti di un tempo e spesso straniante per gli stessi visitatori a cui vuole rivolgersi. Possiamo essere dunque ‘eredi’ di un patrimonio verso il quale non vogliamo assumerci alcuna responsabilità e che anzi siamo sempre più propensi a considerare ‘una macchina da soldi’? – per richiamare qui una infelice ma eloquente espressione purtroppo profferita da un noto politico italiano, il cui senso è piuttosto divergente rispetto alla celeberrima espressione di senso apparentemente opposto attribuita ad un altro politico di schieramento avverso, ma alla quale è accomunata dall’irriducibile strumentalismo che motiva entrambe.

L’eredità di cui ci piace parlare e a cui ci piace pensare sembrerebbe in ultima analisi più quella del popolare gioco televisivo – un immaginario fatto di ricchezze inaspettate e non meritate che ci piove addosso e ci risolve i problemi, o almeno così ci piacerebbe che fosse. Il contrario dell’eredità che il patrimonio potrebbe mai costituire se davvero sapessimo quel che diciamo quando la evochiamo. Eppure, tutto è ancora possibile. Il nostro patrimonio può ancora essere ‘ereditato’ se davvero lo vogliamo, cioè se davvero vogliamo metterci in gioco nella catena inter-generazionale della sua ri-generazione. Il libro di Dal Pozzolo non ci offre l’ennesimo esercizio di disincantato ma paralizzante scetticismo basato su una intelligente disamina dei mali nazionali specificamente riferiti a questa particolare materia – un genere letterario che pure, non sorprendentemente, ha conosciuto un notevole successo in questi anni di lenta deriva del nostro Paese. Dal Pozzolo vuole invece farci capire che la partita è ancora tutta da giocare, ma che richiede appunto di andare oltre l’improvvisazione e di studiare con attenzione le regole (il senso del gioco è sempre tutto nelle regole). Molto si può ancora fare, molto c’è da fare.

Proviamo a giocare?

 

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