Il primo evento satellite di ArtLab 18 ha portato al Nuove Pratiche Fest di Palermo una riflessione di ampio respiro sul ruolo e il significato del format festival oggi in Italia. L’edizione 2018 – realizzata in collaborazione con il Goethe-Institut, con il contributo di Sicilia Film Commission - ha visto una quattro giorni di workshop e tavole rotonde, laboratori e gruppi di lavoro interamente dedicate al format festival.

Tre le tematiche cruciali,  affrontate in un workshop che ha occupato la mattina del 23 marzo attraverso le testimonianze di tre attori privilegiati: la capacità di innovazione dei festival con Chiara Organtini – Terni Festival; il rapporto con il territorio con Settimio Pisano – Primavera dei Teatri Festival; audience development e community building, con Mara Loro – Fondazione Piemonte dal Vivo.

Il precipitato del lavoro della mattina ha costituito terreno di dibattito per la tavola rotonda pomeridiana alla quale hanno partecipato oltre ai tre facilitatori, tre professionisti costantemente impegnati nello sviluppo e crescita culturale nei contesti territoriali in cui agiscono: Antonella Agnoli - assessore alla Cultura del Comune di Lecce; Marco Cassini – fondatore delle case editrici minimum fax e SUR, ideatore e direttore de La grande invasione, il festival della letteratura di Ivrea e di Superfestival; Michelina Borsari- direttrice del festivalfilosofia per 16 anni e ora membro del Comitato scientifico. Tema della tavola rotonda: il futuro dei festival tra innovazione e sperimentazione.

Le tre prospettive – innovazione, territorio e comunità – hanno consentito di definire in che misura e con quali modalità i festival possano essere apripista e generatori di nuove modalità di attivazione, gestione e nutrimento delle relazioni e dei rapporti con i propri pubblici e/o con quanti “abitano” i territori nella loro dimensione quotidiana. 

 

Audience Development e community building

Nel tavolo condotto da Mara Loro, al quale hanno partecipato non solo operatori culturali, ma anche imprenditori e funzionari pubblici, i festival sono stati indagati in quanto spazi che bene si possono prestare a testare, sperimentare, sviluppare modalità e approcci di coinvolgimento attivo di comunità. In questa sede si è discusso sulle modalità che consentono ai festival di generare interesse, innescare relazioni e senso di appartenenza nei pubblici di riferimento, soprattutto nel momento in cui la relazione con le tradizioni di cui sono portatori i territori può diventare occasione per ripensare in chiave innovativa e contemporanea il rapporto con il territorio stesso e con chi lo vive e lo abita quotidianamente. Il legame con la tradizione e con le risorse culturali, storiche, della memoria storica e delle tradizioni della cultura materiale possono inoltre fornire l’occasione per rileggere e rivivere la tradizione con nuove modalità e nuovi linguaggi, trasformandola in occasione di condivisione e sviluppo di senso di appartenenza rispetto ad un insieme valoriale ed estetico condiviso e co-generato in un attento percorso di ascolto. L’esperienza maturata da Piemonte dal Vivo con Vignale Monferrato Festival diventa anche occasione di riflessione sul tema del vuoto, che riguarda molti centri di piccole e medie dimensioni caratterizzati da forti movimenti di spopolamento: un vuoto che può divenire spazio creativo per ripensare il presente e il futuro, a partire da una riflessione sulle logiche di valorizzazione reciproca tra patrimonio materiale e immateriale.

 

Il rapporto dei festival con il territorio

Con Settimio Pisano è stato affrontato il tema del rapporto che un festival innesca con la comunità e il territorio e di come costruire la propria narrazione, raccontandosi ai destinatari e alle istituzioni, rifuggendo i paternalismi, ma piuttosto presentandosi come un’infezione, un virus dilagante su tutto il territorio. Per fare ciò è emersa la necessità di ragionare sulla propria dimensione identitaria (sia storica sia contemporanea), respirando in modo osmotico con il territorio, per abbassarne le barriere, le resistenze, provando a superare il disagio delle comunità rispetto alla proposta artistica che non può più essere “imposta” dall’alto. Ne emerge che ai festival può essere affidato il ruolo di riqualificare e rilanciare l’immagine di un territorio raccontandolo e narrandolo sotto una prospettiva nuova in cui centro e periferia si sovvertono, in cui spazi geograficamente liminali possono divenire fulcro di nuove modalità di partecipazione e coinvolgimento ma anche di auto-rappresentazione, oltrepassando le etichette di genere e stile.

 

Festival e innovazione

Infine, con Chiara Organtini ci si è interrogati sul festival quale luogo di innovazione, sperimentazione, propensione al rischio dal punto di vista della ricerca artistica, dell’ibridazione dei linguaggi, della scoperta di nuovi talenti e di nuovi formati. Una delle traiettorie emerse è come i festival possano essere una leva di sperimentazione; affinché questo avvenga appare necessario concepire il festival come una drammaturgia di esperienze, in primo luogo legate ai luoghi in cui avvengono. Sia nel caso in cui siano estremamente belli e affascinanti, sia nel caso in cui siano percepiti o auto-percepiti come brutti, i luoghi rappresentano ulteriori sfide sulle modalità in cui un festival può adottare lo spazio come elemento di senso aggiuntivo e come fattore identitario e non come mero contenitore: secondo questa prospettiva il festival può agire come elemento infettivo – ecco che torna il tema del contagio epidemiologico - che ridefinisce il senso e il significato dello spazio. In stretta relazione con lo spazio si insinua quello della ricostruzione del dialogo attraverso l’uso del tempo, quindi il festival che mantiene una sua caratterizzazione forte per il suo essere puntuale e condensato, pur vivendo anche in uno spazio intermedio, che costruisce delle legacy per il territorio, non solo perché ne realizza le potenzialità, ma anche perché mette in campo un contenuto e un contesto capaci di metabolizzare quanto succede proprio durante il festival. Si tratta quindi di tessere un dialogo con il mondo esistente e con le comunità che abitano gli spazi: in questo senso uno stesso contenuto può essere impugnabile da comunità diverse. In questa logica il festival può essere un’eterotopia, ovvero uno spazio con più significati e più comunità di riferimento e nello stesso tempo diventa significante e plurale, anche in relazione alle specificità e alle permanenze.

Altro elemento di specificità della formula festival è la capacità di non innamorarsi delle formule fisse e codificate, non piegandosi alle logiche dell’esistente, ma avere un approccio artigianale, capace di creare un dialogo finalizzato a destrutturare l’esistente, a partire da un’analisi lucida delle resistenze, delle potenzialità e dei punti di forza.

Il modello festival si configura inoltre come luogo delle possibilità, come bolla esperienziale e zona grigia di cui impossessarsi. Da qui nasce la riflessione sulla dinamica tra centro e periferia e di come il festival sia un terreno che consente di sperimentare forme di programmazione e processualità lontane dal main stream, in grado di innestare il desiderio di trasformare l’esistente.

 

Festival come luoghi di produzione e distribuzione culturale

Alla luce delle riflessioni emerse nel corso della sessione laboratoriale della mattinata, la tavola rotonda guidata da Ugo Bacchella, presidente di Fondazione Fitzcarraldo, si è interrogata sul valore che i festival sono in grado di dare rispetto ad altre forme di distribuzione e produzione della cultura tenendo presente che il termine festival è un termine molto generale (in Europa si stimano circa 12 mila manifestazioni che si auto-definiscono festival).

Marco Cassini, dopo avere evidenziato che alla base della creazione del festival letterario da lui fondato a Ivrea La grande invasione vi è l’esigenza di incentivare la lettura, ha brevemente esplicato la concezione del Superfestival, quale occasione per facilitare scambio, networking e ibridazione fra organizzatori di festival; quindi un festival che si trasforma in luogo di scambio, dialogo e confronto per addetti ai lavori, ma anche uno spazio per progettare congiuntamente il futuro.

Antonella Agnoli, partendo dalla sua attuale esperienza di assessore alla cultura della città di Lecce, evidenzia come sia fondamentale partire da una riflessione sulla necessità di attuare una politica culturale finalizzata a una equa distribuzione dell’offerta culturale, offrendo possibilità ed occasioni di accesso non solo a quanti abitano i centri cittadini, ma anche a quanti vivono in piccoli centri urbani dove non è presente alcun “presidio culturale” – solo il 37% della popolazione italiana vive nelle 14 aree metropolitane, mentre l’85% dei comuni italiani in cui risiedono oltre 18 milioni di persone ha un numero di abitanti inferiore alle 10.000 unità e spesso non hanno alcun luogo che possa essere considerato un punto di accesso alla cultura. Stante queste riflessioni sull’hardware “culturale” della nostra penisola, Antonella Agnoli si interroga se la risposta possa arrivare dal sistema festival. Se da un lato è vero che il format festival ha una sua temporalità e diventa un evento che può vivere tutto l’anno, i pubblici a cui parla rientrano in quelli che potremmo definire audience by habit (cfr. Engageaudiences) ovvero quanti sono già avvezzi alla pratica culturale; mentre allo stato attuale più che mai si impone la necessità di garantire un accesso anche minimo a quanti normalmente non vi accedono, pensando spazi che siano atti all’erogazione di servizi culturali molto differenziati, come i centri civici contemporanei che si stanno sviluppando nel nord Europa. Ovviamente lavorare sull’infrastruttura culturale necessita tempi lunghi che spesso non collimano con le necessità della politica di avere risultati immediatamente spendibili e “notiziabili”.

L’intervento di Michelina Borsari riporta la discussione sul ruolo che i festival hanno avuto nel corso dell’ultimo ventennio divenendo luoghi dove si è dato nutrimento alla cultura umanistica. Secondo Borsari, la lotta all’ignoranza – il terreno su cui ci muoviamo – “oggi non si può più fare a partire dai pertugi degli specialismi che vedono la realtà in modo costrittivo”, nonostante il fatto che questi specialismi abbiano organizzato totalmente il nostro paesaggio culturale sia quello scolastico, sia quello universitario sia quello delle istituzioni e di quelli che si chiamano consumi culturali.

Secondo Borsari la “lotta per la cultura” avviene in nome della complessità: vogliamo avere accesso all’intero paesaggio e non solo ai suoi ritagli.

In questo contesto i festival aspirano a diventare modelli e a generare eredi, correnti imitative e replicanti, consapevoli del fatto che la corrente imitativa è generativa. Per questo hanno segnalato nuove sequenze, promosso accoppiamenti scandalosi, selezioni innovative; sono selettori che hanno intensificato le novità, hanno agito come attori incrementali: 20 anni fa quando i festival culturali sono sorti senza alcuna legittimazione hanno saputo edificare una nuova area di ammirazione e di imitazione.

La scelta di un luogo per un festival non è imposta o pre-determinata dal suo valore intrinseco, ma avviene alla luce di una riscoperta del senso e del significato che a quel luogo si vuole attribuire; in questo senso servono sempre occhi “freschi” per rileggere l’esistente e avviare dimensioni dialogiche. Non di soli indigeni sono partecipati i festival: "il luogo assume il volto del perturbante all’incontrario: il compito del festival è renderlo domestico". Qui, il festival ri-assembla, ri-usa, ri-sistema le rilevanze di quello che è già presente. Lavora a togliere recinzioni, confini, abitudini; mette in opera un ingegno integrativo.

Nell’epoca del design culturale Walter Benjamin è andato fuori corso.

 

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