Dove si posa lo sguardo, inizia il mondo.

Dove si posa lo sguardo, inizia il mondo

Dialogo con Luca Dal Pozzolo sul suo ultimo libro "Esercizi di sguardo. Cultura e percezione del quotidiano"

Le cose del mondo albergano nella profondità degli occhi di ciascuno e prendono forme che derivano dalla costruzione culturale, storica e sociale dello sguardo che non è mai puro, ma sempre condizionato da attese, convinzioni e ideologie sedimentate nell'inconscio. "Esercizi di sguardo" è proprio un esercizio di riflessione sulle sovrastrutture che condizionano l'osservazione di ciò che ci circonda sia esso paesaggio o opera d'arte. Un “libro degli amici, un cofanetto di citazioni, una tana dove accumulo il bottino delle mie scorribande, dove annoto tutte le frasi che illuminano un pensiero, le idee che permettono di avanzare di un passo nel percorso”. Un luogo in cui sono ospitati nuovi punti di vista nel tentativo di dischiudere nuove prospettive, attraverso spunti e riflessioni che lasciamo introdurre dall'autore in questa breve ma intensa intervista.

Hai definito "Esercizi di Sguardo" come un libro dedicato a un lettore curioso, un flâneur desideroso di muoversi tra arte, iconografia, paesaggio, filosofia e anche fenomenologie della vita quotidiana. Cosa ti ha spinto a pubblicare un saggio sullo "sguardo", e in che modo questo tema si collega al tuo lavoro di architetto e di esperto di patrimonio culturale? E infine a cosa si deve la scelta di scrivere in prima persona?

Parto da quest’ultima domanda: Il libro è composto da 17 brevi saggi narrati in prima persona. In effetti è un approccio inconsueto per un saggio, ma l’argomento è la percezione, le strategie e i modi di affinare lo sguardo, un tema che non ammette un punto di vista esterno, una visione onnicomprensiva dall’alto; la soggettività è sempre implicata, anzi si tratta della soggettività all’opera. Per questo mi è sembrato indispensabile situare innanzitutto il mio sguardo, usare la mia percezione come bussola della narrazione. Rispetto alla quale ciascuno può ritrovarsi, in una assonanza o nella differenza anche più marcata.

Quanto ai motivi sottesi alla scrittura del libro, ho sempre avvertito la necessità di un approccio operativo anche al godimento delle immagini, siano essi paesaggi oppure opere d’arte, una necessità di capire “dal di dentro” a partire dal loro farsi, dal loro emergere come immagini per noi…

Se vuoi disegnare un albero, non puoi copiare una ad una tutte le foglie: devi comprendere alcune regole sottese, il loro orientamento verso la luce, le dinamiche di crescita, la forma dei rami sotto la spinta del vento, il rapporto tra ombra e luce prodotto da quella particolare specie di chioma e saper riprodurre questi elementi; se vuoi trovare quadrifogli in un prato devi adottare una scanner visivo sensibile a quel battito in più della forma che un quadrifoglio ha rispetto a un trifoglio; contare le singole foglie di tutti i trifogli sperando di essere smentito è una strategia perdente. Infatti non tutti trovano quadrifogli. Se devi spiegare a uno studente di architettura perché non funziona il suo progetto, pur non essendovi errori catastrofici, ovvero perché è inadeguato, perché produca confusione o stridore nel contesto, occorre analizzarne le ragioni in termini strutturali, il fatto che interrompe inutilmente una continuità visiva inserendo cesure immotivate, che non consente più al luogo di essere letto unitariamente, che la qualità architettonica della singola cellula non sempre è funzionale alla qualità del luogo urbano nel suo insieme, ecc. E’ qui che lo sguardo entra in gioco, nel leggere le strutture, nell’aggregare e separare le componenti, nel costruire le cose così come ci appaiono, evocando similitudini, immagini storiche, paradigmi affondati  nella nostra cultura. Inserire un timpano, una costruzione piramidale, una finestra a nastro, catapultano l’osservatore immediatamente all’interno di retoriche, stili, epoche diverse; controllare questi processi non è solo un fatto di composizione, ma di conoscenza dell’universo culturale, del repertorio di sguardi in cui tutti noi siamo immersi. Lo sguardo, nel momento stesso in cui si attiva, riconosce, interpreta, anticipa, cerca conferme, non è mai vergine o ingenuo ma saturo di storia e cultura, giudica e costruisce nello stesso momento. I paesaggi sono in gran parte nei nostri occhi che li ricostruiscono, li leggono, li riconoscono. Si può generalizzare al paesaggio, alla città, all’arte ciò che Eco sosteneva a proposito del testo, e cioè che si tratti una macchina pigra; ci vuole il lettore ad attivarlo, è lui con il suo sguardo l’altra metà del mondo.

Nel saggio si parla di "costruzione culturale dello sguardo": affermi che lo sguardo se non è costruito culturalmente non vede ciò che ha di fronte e “Prima di Whistler la nebbia non esisteva a Londra". Riportato ad oggi, quali sono per te le "nebbie" che non  riusciamo ancora a vedere e chi/cosa può aiutarci a vederle? 

L’esempio che cito viene dal genio di Oscar Wilde: non è che prima di Whistler non ci fossero gocce di vapore acqueo in sospensione nell’aria di Londra. Il fatto è che non contavano, non esistevano per lo sguardo, erano ciò che impediva di apprezzare il paesaggio di Londra. E’ stato Whistler a dire che il paesaggio di Londra era la nebbia con le sagome fantasmatiche dei suoi edifici e a dipingerlo così, ed ecco che improvvisamente compare la nebbia come soggetto della visione, del paesaggio, dello sguardo e non come ostacolo, intralcio, negazione. Come le ombre violette dopo Monet. L’arte rivela ciò che deve essere visto: sconvolge i contemporanei, li sciocca, li scandalizza, poi, a poco li prende per mano e li convince.  Non  solo gli Impressionisti oggi non  fanno più scandalo, ma abbiamo imparato a vedere come loro e, come profetizzava Gombrich, il reparto casalinghi dei supermercati è pieno di oggetti usciti dalle tele di Braque e Picasso. Viviamo tranquillamente in un modo cubista, nelle stoviglie che usiamo, negli oggetti di design, anche se molti ancora non si capacitano di quelle tele nei musei con gli occhi e il naso posizionati di fronte e di profilo nello stesso tempo. L’immagina della brocca può cambiare, ma per molti ancora una faccia è una faccia, anche in un quadro, e non una faccia rappresentata, una forma, un’immagine.

Le arti contemporanee (e anche le avanguardie del primo Novecento per alcuni) continuano a scandalizzare e, per fortuna, ci costringono a vedere cose che non sappiamo riconoscere: è il compito degli artisti,  lavorare sul bordo tra visibile e invisibile e riportare, di qua, nel visibile, pezzi, schegge, frammenti di invisibile perché ci si rivelino. A costo di far scandalo. L’arte è una palestra di sguardo e mostra come al centro della nostra visione ci sia una cecità. Una vasta macchia che recalcitra alla nuova visione. Per questo occorre diffidare del gusto, del “mi piace e non mi piace”, del “a prima vista” ma occorre sforzarsi di vedere oltre l’apparenza, oltre al primo sguardo, occorre capire come  aggirare quella cecità che ci ostiniamo a rimuovere, a costo di un po’ di disagio. Perché scoprire nuovi sguardi è un piacere che ha pochi paragoni per chi sa gustarselo.

Cosa intendi quando parli di "spacchettare la banalità della visione"?

Proprio questo: le cose non sono così come sono, chiuse nella loro stolida opacità, sono così come il nostro sguardo le costruisce. Quando gli spettatori assistettero alla prima proiezione cinematografica dei fratelli Lumiere, scapparono terrorizzati davanti al treno che arrivava sbuffando in stazione. Ma secondo te, era realistica quell’immagine sgranata in bianco e nero, muta, accelerata al limite del ridicolo? Ci vedremmo, oggi, il pericolo di essere travolti?  Eppure, allora, l’impatto con l’immagine in movimento risultò talmente inaspettato da cancellare tutti gli altri aspetti di irrealtà, dall’assenza del colore all’accelerazione delle immagini, provocando un terrore reale.  L’effetto successivo del colore sulle immagini in movimento, in fondo, non rappresentò un impatto altrettanto rilevante, un fatto così sconvolgente, o un salto più importante verso il realismo; il movimento era già stato assimilato come una proprietà anche dell’immagine e non solo del mondo reale.

Ma ci sono anche cose meno visibili da leggere; nelle trame del territorio, nel volo degli uccelli, nel templum celeste gli aruspici romani leggevano le linee guida per fondare le città che ancora oggi abitiamo seguendo i percorsi del sole tracciati duemila anni fa; nel paesaggio rurale i ciglioni e le ripe che terrazzano la fitta orditura dei campi, le piantate, le scoline mettono in scena la fatica del lavoro manuale, la sua economia stenta che ha prodotto tanti borghi rurali e di montagna e di cui oggi apprezziamo la bellezza quasi naturale. E non è un caso; la loro immanente ecologia risiede nell’assenza di sprechi e di surdimensionamenti, nell’uso dei materiali locali che intonano le livree del costruito al paesaggio naturale, nell’adeguamento ossessivo al terreno e al luogo non per ragioni estetiche o per un ideologico “rispetto della natura” ma per risparmiare ore e giorni di lavoro, di fatica manuale sottratta ai lavori agricoli. Si può leggere la storia delle comunità inscritta nel paesaggio; si tratta di affinare lo sguardo utilizzando la curiosità come bussola e chiedersi – molto spesso – perché le cose non avrebbero potuto essere altrimenti.

La lettura della città, il modo di stare nei luoghi per apprezzarli o attraversarli è uno dei temi che affronti: il turista in un certo senso va a cercare delle mete che già conosce e tende a ignorare ciò che è "inedito" per il suo sguardo. Ma i luoghi della storia e della cultura si apprezzano solo quando hanno alle spalle un immaginario costruito? 

Certo, l’immaginario guida il turista, (e non solo lui); nella scelte delle mete, nelle attese che si porta dietro, nei paesaggi e nei monumenti che vuole ri-conoscere, e il marketing turistico è sempre all’opera nel costruire immagini, luoghi da non perdere, scorci e paesaggi immancabili. Ma dopo il piacere subitaneo del riconoscimento, della foto con lo smartphone, apprezzare un luogo, abitarlo, essere un flâneur richiede competenza, costruzione dell’immaginario all’interno di una scenografia, occorre pensarsi in qualche modo come personaggi di romanzo. I luoghi ci ricordano altri tempi, o ci invitano a fantasticare sul futuro, a condividere quello stare – magari solitario in questa occasione - con altre persone in altri momenti, a immaginare veri e propri teatri della seduzione, in cui irretire noi stessi ancora prima degli altri.  Non si può stare davanti a una finestra per ore solo a guardare, senza che lo sguardo sia intessuto di storie, di attese di sogni, senza una dimensione narrativa che occupa la scena in cui siamo compresi. Ho provato a narrare questa tessitura di immaginari e di paesaggi, sia nell’esperienza dello stare in luogo, sia nell’esperienza del viaggiare, usando sempre il mio sguardo come bussola, ma risalendo nella storia nelle mille testimonianze dei grandi flâneur e dei grandi viaggiatori e dei grandi narratori, anche immobili.  Si può viaggiare anche così Au tour de ma chambre. E poi ci sono sempre gli aperitivi, un ottimo pretesto per sedersi a fantasticare mentre si mette alla prova il proprio sguardo…

Un capitolo del tuo libro è dedicato alla "nevrosi" del realizzare la propria casa, del rapporto che si innesca tra architetto e committente anche quando sono la stessa persona e della "bulimia" dello spazio. Secondo te cosa rappresenta la casa oggi e quali sono le narrative costruite attorno alla realizzazione del nido?

Beh, la casa ha da sempre un portato simbolico densissimo, stratificato nella storia, è la scenario di molta parta della nostra vita, è il luogo esistenziale per eccellenza, è difficile trovare qualcosa di  più carico di storia, cultura, di sguardi, di immaginari, non necessariamente tutti presenti e consapevoli in ogni momento. Il fatto è che questa densità di simboli e di immaginari, generalmente deflagra nel momento in cui si decide di costruire o di rinnovare la propria casa e se ne affida l’incarico a un progettista: l’esigenza di dover spiegare i propri desideri e i propri sogni, di confrontarsi con la visione di un tecnico e di iniziare una dialettica a partire da usi, preferenze e modi di vita molto privati e privatissimi, quando non intimi, mette in moto questo coacervo di stratificazioni producendo al tempo stesso gioie improvvise, frustrazioni, conflitti e situazioni paradossali oggetto di molte barzellette. E perché non si creda che sia qualcosa che capita alle persone ingenue alla loro prima esperienza di intervento sulla casa, mentre i progettisti guardano dall’alto della loro competenza tecnica con distaccata sufficienza, mi sono messo dentro anch’io con mia moglie – entrambi architetti – non solo nell’esperienza delle molte case progettate per altri, ma anche raccontando i paradossi e le nevrosi che ci hanno colpito nella nostra casa, anzi, con elevazione al quadrato dato che eravamo contemporaneamente due architetti e due clienti, in un continuo scambio di ruoli.

E, tuttavia, proprio questa densità di immaginari ( basti pensare alla distanza di modi di abitare e d’intendere la casa tra le due polarità, della casa guscio, introversa e uterina, e la casa vetrina, la Glass House tutta vetro, esibizionista, aperta al paesaggio e trasparente alle viste), queste densità di sogni e di modi di  rappresentarsi fanno della casa uno dei luoghi privilegiati per analizzare gli sguardi, per smontarne in una microfisologia le componenti immateriali e simboliche, fino a riconoscerne il debito ancestrale nei confronti del recinto primigenio e del riparo.

Ma il capitolo è anche uno scherzoso manualetto per affrontare con leggerezza e ironia le inevitabili nevrosi proprie tutti gli stati di avanzamento, dal progetto alla realizzazione, al trasloco, fino a raggiungere un equilibrio nel prendere posto con piacere all’interno di un accettabile tasso di frustrazione.

L’immaginario non si ferma al momento del trasloco, è sempre in movimento ed è in grado di attivare un nuovo sciame di sogni capaci di tappezzare i muri della casa, anche se si trattasse del cemento armato di un loft minimalista. L’edificio può anche essere nudo e minimale, ma il sogno, spesso, è barocco. Anche quando sogna il minimalismo.

 

"Esercizi di Sguardo", collana Geografie Culturali, Editrice Bibliografica.

 

 

 

 

 

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