Prendersi C(ult)URA: affrontare il trauma e ricostruire dopo un’emergenza

Mai come ora è necessario ripensare al ruolo che la cultura può avere nell’emergenza; mai come ora la cultura ha bisogno di riflettere su quale relazione vuole intraprendere con le comunità e i territori, per supportarne il benessere in un’ottica di sviluppo realmente sostenibile. 

L’arte e la cultura, nella vita quotidiana come in situazioni emergenziali dovute a catastrofi naturali, possono dare un importante contributo al benessere dell’individuo e della collettività, intrecciandosi ai servizi socio-assistenziali ordinari. Lo possono fare come strumenti concreti per affrontare il trauma generato da avvenimenti catastrofici, ma anche promuovendo la coesione sociale nelle comunità.

Si è parlato di welfare generativo nell’incontro condotto da Cristina Alga e che ha permesso di raccontare due progetti sviluppati nelle aree interne e marginali dove arte e cultura si mettono in diretta relazione con il territorio. “Corale” è il progetto attivato a Preci, sui Monti Sibillini, subito dopo il terremoto del 2016 con il sostegno del Teatro Stabile dell’Umbria e del MIBACT per contribuire alla rigenerazione della comunità e delle relazioni sfibrate dal trauma del terremoto. Nato da un’idea di Linda Di Pietro e Leonardo Delogu (Collettivo DOM) che ce lo ha raccontato, porta l’arte nello spazio pubblico di un piccolo paese montano prostrato dal terremoto, dove il paesaggio del crollo non prevedeva luoghi dove incontrare le persone. In un contesto estenuato dai due terremoti, l’arte poteva giocare un ruolo nella presa di consapevolezza del trauma e nell’immaginare/costruire una prospettiva verso la quale orientarsi. La cura è quindi  stata messa al centro di tutto il lavoro di Corale. Vissuta in una prospettiva relazionale, l’arte poteva aiutare ad avere uno sguardo sulle perdite vissute, dando voce agli abitanti per lasciarli esprimere ciò che stavano vivendo e che avevano vissuto. 

La performance come rito, dove mettere in scena i conflitti e affrontare i traumi è un tema centrale anche nel secondo progetto raccontato. La Compagnia Teatro Povero di Monticchiello, in Val d’Orcia, nasce nel 1967, mettendo in scena uno spettacolo scritto e recitato dall’intero paese sull’evoluzione socio-economica del borgo in seguito alla crisi della mezzadria e al boom economico. Nel 1980 diventa una cooperativa di comunità che affianca alla produzione degli spettacoli l’erogazione di servizi per la collettività, creando diversi posti di lavoro. Gli spettacoli sono stati la principale fonte di finanziamento che ha permesso investimenti e acquisti di immobili.

Il caso di Monticchiello, raccontato da Fabio Rossi, rappresenta un esempio di teatro intessuto delle idee, delle visioni e anche dei conflitti di una comunità, che può trasformarsi in un ring dove lo scontro tra le persone avviene secondo le regole della performance. La peculiarità di questo progetto risiede nel fatto che la produzione artistica - l’autodramma nel caso di Monticchiello - crea un momento di elaborazione dei problemi e delle questioni rilevanti per la comunità. Ciò che viene elaborato e condiviso sul palco diventa successivamente il punto di partenza per progetti e azioni concrete messe in campo dalla cooperativa: “Siamo scesi dal palcoscenico creando la cooperativa - spiega Fabio Rossi - non solo per lamentare cosa manca ma anche per risolvere dei problemi. La cooperativa va in ascolto di quel che viene espresso attraverso la creazione teatrale. Ogni progetto ha una dinamica artistica, viene pensato sul palcoscenico da cui scende per divenire qualcosa di sociale e collettivo”. 

Ma in che modo le pratiche culturali possono condurre ad un welfare che non sia solo erogazione di servizi, ma che attivi processi di empowerment individuale e collettivo? Secondo Leonardo Delogu il compito dell’arte è porre una domanda costante alle proprie comunità per attivare la trasformazione, che può essere lenta ma che richiede profondità e costanza. Necessario che i policy makers comprendano e supportino il lavoro di prevenzione che svolgono le attività artistico culturali e creino le basi per un rinnovato ruolo dell’arte nella società. Nel caso di Monticchiello il teatro è un momento in cui si condivide, ci si mette in gioco si creano occasioni di incontro e dialogo e soprattutto si sta meglio. A volte questo tipo di progetti culturali possono creare un humus accogliente per i servizi sociali. Un terreno su cui è possibile raggiungere obiettivi più importanti per le persone, forse in modo più profondo ed efficace rispetto a un’operazione di assistenza fatta in modo tradizionale. 

Per rivedere l'incontro clicca qui!

 

X