Tra le pareti di casa ma oltre la quarta parete. Il rapporto con i pubblici e “l’emergenza della Relazione”

 

“Anche per le arti performative questo non è solo un momento di passaggio: continuare a pensare che questo periodo presto finirà e torneremo a ciò che c’era prima è un grande errore. Dobbiamo essere in grado di cambiare letteralmente prospettiva”. Così esordisce Luisella Carnelli (Fondazione Fitzcarraldo), nella sessione Spazi attività persone. Ripensare il rapporto con i pubblici e l’importanza delle attività di prossimità. “Non stiamo vivendo un temporaneo momento eccezionale, ma la pandemia ha aperto le porte a una nuova realtà temporanea, che spetta a noi caricare di senso, per trasformare la nostra attività in pratiche innovative che non erano nell’orizzonte delle nostre previsioni, per ripensare le domande fondative rispetto al ruolo e alla responsabilità sociale ed etica che abbiamo nei confronti dei nostri stakeholders siano essi artisti, sostenitori e pubblici intesi come comunità”.La ripartenza è circondata da incertezze e vincoli che metteranno seriamente in discussione i modelli di sostenibilità del settore dello spettacolo. Come possiamo tornare a celebrare il rito teatrale? Matteo Negrin, Direttore di Fondazione Piemonte dal Vivo  a cui fanno riferimento 55 spazi teatrali, sottolinea come anche in questa situazione sia facile scivolare in aspetti procedurali e non porsi una domanda centrale: per chi e perché si svolge questo rito? Il dibattito intrattenuto in questi mesi, che ha coinvolto molti soggetti delle performing arts, raramente è riuscito a dare parola al pubblico e allo spettatore, rischiando di relegare le comunità per cui nasce e viene celebrato il rito teatrale “A un gruppo di persone che immaginiamo di fronte a una porta del teatro, desiderosi di sottoporsi a una gimcana sanitaria per un’offerta prodotta da noi”. Nelle difficoltà è necessario sì “aguzzare l’ingegno” - ad esempio traslando ciò che avviene su un palcoscenico da un edificio teatrale ai mezzi digitali - ma soprattutto tornare a dare centralità agli assiomi su cui si fondano il teatro e le attività performative. Ovvero la “Presenza” e la “Relazione”. Un concetto ribadito da Gabriele Vacis: “Il lockdown ci ha insegnato che il rapporto che si genera nella presenza non è sostituibile neanche dagli strumenti che abbiamo imparato a usare”. Per costruire una vera relazione, secondo Vacis il teatro deve poter rompere le catene che lo rendono ostaggio della forma e assumersi il coraggio di abolire la quarta parete per incontrare realmente l’altro. Non a caso viene prediletto nel corso del dibattito il termine, “Altro” che va a scontrarsi con la definizione classica di spettatore o pubblico come destinatario delle arti sceniche, e che consente di riconoscere la molteplicità di umanità con cui le arti possono entrare in relazione. Per Roberto Casarotto di Operaestate Festival CSC “Abbiamo perso di vista le pratiche che coinvolgono i cittadini e che permettono alle arti dal vivo di progredire. Soprattutto ora  è necessario che entrino nella pratica parole come cura e crescita della comunità”. Ma come mantenere la relazione di prossimità con i pubblici? Anche un festival come Altofest, che si basa su un sistema di residenze diffuse dove i cittadini accolgono gli artisti nelle proprie case si è dovuto interrogare su prossimità e senso della distanza. Per Anna Gesualdi sono necessari “processi per far emergere la presenza anche nella tensione tra virtuale e reale”. Sulla stessa linea d’onda anche Cristina Cazzola di Segni New Generations Festival “La relazione è molto più democratica della presenza, puoi costruirla come vuoi. La presenza è elitaria e non è accessibile. Nella moltiplicazione dell’offerta di questo periodo riusciamo a raggiungere molti più spettatori e cittadini di quelli che dovevano raggiungerci nei teatri. Quel che stiamo facendo è creare un nuovo linguaggio comune”. Se le arti performative possono continuare a garantire la relazione anche senza prossimità, torna però necessario stabilire in che modo potranno garantire la Presenza. Come creare una dinamica esperienziale autentica, garantendo equità nella partecipazione e nell’accesso a teatri e luoghi dello spettacolo dal vivo? Per Matteo Negrin “La sfida è non rassegnarsi all’irrilevanza, immaginare strategie che rendano il nostro lavoro importante per le comunità. Dobbiamo superare la divisione delle discipline e delle competenze, dobbiamo connetterci al welfare, alla comunità, in un sistema complesso di alleanze dove la sfida è dotarsi di nuove competenze e nuovi linguaggi”. Il teatro come luogo ma anche come non luogo, spazio pubblico di riflessione. Vacis citando l’esperienza dell’Istituto di Pratiche Teatrali per la cura della persona parla di laboratorio aperto. Da sempre il laboratorio è stato un momento preparatorio, chiuso, segreto e del quale il pubblico riesce a vedere solo l’esito. Forse una soluzione è ribaltare la prospettiva, aprendo il laboratorio e dando la possibilità a tutti di entrare a teatro in qualsiasi momento. Per mettere l’accento sulla relazione e su tutto ciò che le arti performative sono: arte che si crea dall’incontro e mette al centro la relazione. Perché al centro di qualsiasi processo artistico, ciò che conta è l’Altro.

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